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13-03-2014 - Il sistema energetico sempre più rinnovabile. Perché non si tornerà indietro con il fossile.

"Il punto di non ritorno della transizione energetica da fossili a rinnovabili è arrivato", scrive Chris Nelder, analista e consulente energetico americano, su Smartplanet.com. I fondamentali economici delle fonti convenzionali collassano, mentre le rinnovabili migliorano le loro perfomance. Qualcuno ritiene che le tendenze in atto potranno ribaltarsi?

Chris Nelder, un noto analista e consulente energetico americano, su Smartplanet.com, spiega che, nonostante le resistenze della vecchia struttura energetica, ormai il punto di non ritorno della transizione energetica dalle fossili alle rinnovabili è arrivato. A sostegno della sua tesi riporta dati e diverse fonti. Quel ‘tipping point’ – scrive – è qui e non si può più tornare indietro”.

Quali fattori lo portano a fare questa affermazione che può essere, per certi versi, anche in controtendenza con quanto pubblicato recentemente da noi riguardo ad una transizione ancora complessa e non certo lineare? Il ragionamento di Nelder è articolato e spiega, dal suo punto di vista ed evidenziando alcuni fatti, come i fondamentali economici delle fonti convenzionali stiano collassando rapidamente, mentre le energie rinnovabili, e in particolare eolico e solare, stiano migliorando le loro perfomance anche in termini di costo e di investimenti.

Le spese di investimento (capex) rese pubbliche dalle principali compagnie petrolifere hanno registrato un incremento pari ad un fattore 5 dal 2000, mentre la produzione petrolifera è tornata sui valori del 2000, dopo un breve periodo di moderata crescita. Il Wall Street Journal aveva di recente scritto che la produzione di gas e petrolio di Chevron, ExxonMobil e Royal Dutch Shell nel corso degli ultimi 5 anni è diminuita, anche se le stesse società hanno speso più di 500 miliardi di dollari in nuovi progetti.

E dentro questo andamento dell'energia fossile si registra un tasso di declino molto rapido della produzione dei pozzi di shale gas e tight oil che anche Bloomberg aveva messo in evidenza, nonostante molte aziende del settore siano le principali fonti di finanziamento della multinazionale dell’informazione. Insomma, la produzione inizia a declinare e i costi a salire. Molti “sweet spots”, cioè le aree più ricche dei giacimenti sono già state perforate intensamente. Quindi le perforazioni future rischiano di essere meno produttive e meno redditizie. Per compensare questo calo bisognerebbe aumentare notevolmente le perforazioni.

Anche le centrali a carbone non se la passano bene. Negli States, secondo la EIA (US Energy Information Administration) almeno 60 GW di potenza non saranno più operative entro il 2016, più del doppio di quanto la stessa agenzia stimava solo nel 2012. Molti altri progetti sono stati abbandonati.

Lo stesso può dirsi per diverse centrali nucleari. Lo scorso anno il tasso di interruzione della produzione è senza precedenti. Altri reattori sono in procinto di chiudere, visto che i margini redditività si assottigliano e non si avvistano possibili miglioramenti negli anni a venire. Gli stessi piani di rinascita nucleare del Giappone sembrano più mediatici che concreti e anche il programma di reattori autofertilizzanti di nuova generazione è stato messo da parte a causa di problemi tecnici e costi esorbitanti.

Nel contempo muta lo scenario energetico, specialmente nell’elettrico. I costi di molte rinnovabili si abbassano costantemente, tanto che un report del Rocky Mountain Institute e di CohnReznick ipotizza che, entro il 2025, milioni di utenti residenziali troveranno economicamente vantaggioso non essere più collegati alla rete elettrica. Un evento che già oggi minaccia le utility ed è l’effetto della combinazione della diminuzione dei prezzi dei sistemi solari (calo del 60% dal primo trimestre 2010) e dello storage. I prezzi delle batterie agli ioni di litio sono già oggi la metà di quelli del 2008.

Un recente articolo della Reuters riportava la dichiarazione del CEO di RWE su come le tre principali utility tedesche (E.ON, RWE, EnBW) stiano oggi affrontando “la peggiore crisi strutturale nella storia dell’offerta di energia”. Crescita delle rinnovabili e riduzione dei consumi hanno portato il prezzo all’ingrosso dell’elettricità ad un crollo del 60% rispetto al 2008. Tutto ciò potrebbe anche far rivedere le scelte degli investitori, più pronti oggi rispetto a qualche anno fa ad impegnare risorse in titoli di aziende del settore delle rinnovabili.